giovedì 17 maggio 2018

TARKA E VICĀRA: MEDITAZIONE SU “TU SEI QUELLO”



Ormai gli incontri del lunedì sera su Patañjali a Madreterra (via Palestro 15, a Padova) sono diventati un appuntamento fisso. Trovo assai interessante il fatto che un gruppo, sempre più numeroso di persone, dopo una giornata di studio e di lavoro anziché passare la serata in un bar o sparapanzarsi davanti alla televisione, si riunisca per parlare di un filosofo morto più di duemila anni fa.Tra l'altro, fino ad ora, nessuno ha avuto degli attacchi di narcolessia. Molto interessante.Il prossimo lunedì parleremo della Logica vedanta e del samadhi savicāra, quello che segue è un estratto delle schede tecniche che distribuiremo.Om Adesh!




La meditazione su Tat Tvam Asi è tecnica operativa. Vediamo in che consiste tale tecniche operativa. Ripetere per centinaia o migliaia di volte Tat tvam asi o Tu sei quello, forse produrrà qualche effetto, ma a leggere i testi della tradizione advaita (vedantasara, vivekacudamani ecc.) viene da pensare che si tratti di qualcosa di più della ripetizione di un mantra. Potrà forse essere utile, se non altro per una conoscenza eruditiva, tentare una breve spiegazione dei termini e dei concetti usati nella meditazione sul Tat Tvam Asi. Cominciamo con il ricordare che i mahavakya, o “grandi sentenze”, sono quattro:

Aham Brahmasmi (Io sono il brahman) -
Tat Tvam Asi (tu sei quello) -
Ayam atma brahma (L'Atman è il Brahman) -
Prajnanam Brahma (la Coscienza-conoscenza è il Brahman).

II mahavakya sono sentenze tratte dai Veda e/o dalle Upanishad. 
Non sono le uniche sentenze, vi sono anche, per esempio, Sarvam hi etat brahma (sicuramente tutto questo è il Brahman), Sarvam Khalvidam brahma (l'universo è il Brahman), So'ham (Io sono Lui o Io sono questo), ma i quattro mahavakya (letteralmente grande -sentenza) sembrano assumere particolare importanza,

Ogni sentenza è suddivisa in tre parti (पदार्थ padārtha, che significa sostanza, oggetto del pensiero) ed innanzitutto il praticante dovrà investigare (विचार vicāra, letteralmente idea, pensiero, disputa) su ciascuna di esse.

La prima parte è detta Tvam padartha e riguarda l'elemento soggettivo, non universale del mahavakya. La riflessione su di essa sarà quindi Tvam padartha विचार vicāra.

La seconda parte è detta Tat padartha e riguarda l'elemento oggettivo, universale.

La terza parte è detta Aikya (ऐक्य ) padartha ed è l'elemento che lega, unisce, mette in identità universale ed individuale (Copula). 

L'investigazione, che parte dall'esame (विचार vicāra) dei singoli elementi della sentenza avrà come fine in primo luogo, la conoscenza, e se cerchiamo nei testi della tradizione advaita, una definizione di conoscenza scopriamo che 

LA CONOSCENZA È UNA “ATTIVITÀ COMPORTANTE LA TRASFORMAZIONE” (Śaṅkara – Upadeśasāhasrī; - ed. Aśram Vidyā – parte prima, capitolo II sutra 77). 

Naturalmente occorre distinguere tra conoscenza relativa e conoscenza assoluta, ad intendere due diversi livelli coscienziali. 
In altre parole il Tvam sarà un qualcosa legato all'individualità (il jiva individuato per esempio) mentre il Tat sarà un qualcosa di legato all'università (il vero Sé o Atman e "quindi" il brahman) e questo sarà compreso dalla mente di ogni aspirante, sarà conoscenza relativa. 

Conoscenza assoluta sarà invece, il "realizzare" ovvero lo stabilizzare l'identità tra Tat e Tvam. 

Tvam/Tu (ad esempio) è il jiva e le sue sovrapposizioni (ovvero ciò che impedisce di percepire che la propria natura è quella del Brahman).

Possiamo individuarlo nelle cinque guaine corporee, ma a seconda dei livelli coscienziali tale consapevolezza muta.

Risolte le guaine mediante la pratica dei samadhi si realizza che il Tvam/Tu coincide con l'Atman e con Īśvara. 

Tat/Quello (ad esempio) è il parajiva oppure Īśvara, ma Īśvara è la determinazione prima, è, il corpo causale universale, continuando l'indagine si arriverà a Turiya, il “Quarto” e magari a riconoscere livelli (per così dire) successivi a Turiya. 
La conoscenza quindi, come dice Śaṅkarācārya è attività comportante la trasformazione e la trasformazione (della mente) muta la comprensione della sentenza in esame, il mahavakya fino a giungere alla conoscenza assoluta o identità con il Brahman. La percezione dipende il punto di vista del percipiente, così come la conoscenza dipende dal punto di vista di colui che conosce.
Per indagare realmente il Tat Tvam Asi è necessaria la presenza di un istruttore. La riflessione non può nascere se non tramite il dialogo tra maestro e discepolo o tra istruttore e aspirante, perché se è vero che il dialogo avviene tramite parole, si tratta di parole che si rivolgono direttamente alla coscienza dell'allievo o del discepolo, occorre cioè, considerare la parola del maestro nell'ambito di un dialogo d'istruzione, come sovrapposizione di un “suono-radice”. In realtà, viene detto, non è l'istruttore che parla, ma la tradizioneNel senso che l'insegnamento tradizionale (in questo caso l'insegnamento del lignaggio Patanjali/Gaudapada/Govinda/Śaṅkara) sa rivolgersi direttamente alla coscienza del discepolo. 
Ciò non toglie che non sia anche acquisito, ad un altro livello, in un altro modo e con altri "effetti", dalla mente empirica. 
Facciamo un esempio:
TAT TVAM ASI, Tu sei Quello, ha, chiaramente un significato esplicito ed uno implicito. Per permettere di cogliere implicazioni di un'affermazione, l'advaita vedanta offre degli strumenti ben definiti, una tecnica ben definita che si può definire "logica (tarka) vedanta”. 
Nella logica vedanta vi sono tre (chiamiamole così) tecniche interpretative, in grado di rivelare le implicazioni ovvero i significati impliciti o nascosti: 

1) jahal (jahati) laksanā 
2) ajahal (ajahati)  laksanā 
3) jahad ajahal (bhāga) laksanā. 

Jahal laksanā.(cfr- Sadananda-vedāntasara ed. Aśram Vidyā) è definita implicazione rimuovente

Tizio dice a Caio: la città di Livorno è sul mare.
Ovvio che il senso letterale di questa frase sarà “rimosso” dal senso implicito. 
Difficile credere che Livorno sia costruita direttamente sulle acque. 
Si presume che siano implicite le parole costruita sulla riva (del mare). 
Ascoltando quindi la frase La città di Livorno è sul mare il senso esplicito, diretto sarà “rimosso” e sostituito dal significato indiretto o implicito. Un significato che, sebbene non espresso, sarà indiscutibile. 

Ajahal- laksanā è definita implicazione non rimuovente. 
Questo si ha quando il significato letterale è, senza il significato implicito, incompleto e/o totalmente incomprensibile. 

Facciamo qui il medesimo esempio citato da Sadananda nel Vedāntasara: 

Il rosso corre più veloce degli altri. 
nel caso del Tizio avremo TU = tvam padhartha e QUEL TIZIO CHE...= Tat padhartha.

Rosso è una qualità. Ovvio che ci si sta riferendo ad un cavallo rosso, o ad un corridore rosso per capelli o abiti.

Bhāga-laksanā è definita implicazione rimuovente-non rimuovente. 
Se si osserva la frase: Tu sei quel tizio che 5 anni fa si allenava nel parco con la spada cineseTu sei quel Tizio significa che chi sta parlando riconosce in te, ora, lo stesso Tizio di cinque anni fa. 

La frase in sé sarebbe contraddittoria in quanto in apparenza Tu/Tizio e Quel Tizio sono due oggetti (di conoscenza) diversi, ma il significato implicito rimuove la contraddizione, rivelando che non c’è differenza tra il Tizio di 5 anni fa ed il Tizio di oggi. Chi parla riconosce in Te lo stesso Tizio al di là dell’indicazione temporale e magari dei diversi vestiti che indossi e del diverso taglio di capelli. Si tratta di un riconoscimento. 

Sappiamo che Tu ha a che vedere con il piano di identificazione soggettivo e Quello con l’universalità. 
Tu ad esempio, è il Jiva e Quello è l’Atman. 
Tu è immediato (Tu sei ineluttabilmente Tu) mentre Quello è non immediato. 

Se applichiamo lo stesso procedimento della frase “Tu sei quel Tizio che cinque anni fa si allenava nel parco con la spada cinese”, si avrà la rimozione delle apparenti contraddizioni. Tu e il tizio di cinque anni fa siete apparentemente diversi, ma, eliminando le sovrapposizioni, ovvero la diversità di tempo (oggi e cinque anni fa), luogo (qui e nel parco) non rimane altro che Tizio. Allo stesso modo il TU acqua, per fare un esempio, contenuto in un vaso si identificherà con l'acqua del lago (Quello) in cui il vaso galleggia: TAT TVAM ASI.

Nel caso dell'acqua contenuta nel vaso fatto galleggiare nel lago, l'acqua contenuta sarà tvam padhartha e l'acqua del lago sarà tat padhartha

Il legame, la copula, il ponte trai due (aikya padartha), ovvero il verbo Essere, sarà "effetto" del processo di trasformazione innescato dalle tecniche (per esempio jahal laksanā, ajahal laksanā bhāga-laksanā.) che hanno svelato il significato implicito della frase " TU SEI QUELLO.

venerdì 11 maggio 2018

PATAÑJALI, LA PRATICA DEL SAMADHI



Tutti i lunedì sera, nella sede  di Madreterra a Padova, Laura ed io facciamo degli incontri di approfondimento  sugli Yoga Sutra insieme agli allievi della scuola di formazione Hathayoga&Mindfulness Citra che dirigo insieme a Chiara Mancini. Esperienza molto interessante, non credevamo che analizzare dei versetti in sanscrito  e discutere delle sottigliezze della filosofia indiana suscitasse tanto entusiasmo.

Quello che segue è parte del materiale che abbiamo distribuito per il secondo incontro.  
Un sorriso, 
P.


IL SAMADHI (I,17)



Yoga Sutra I,17:
Vitarka vichara ananda asmita rupa anugamat samprajnatah

Traduzione di Raphael: 
“La condizione di conoscenza è quella accompagnata dall'argomentazione, dalla deliberazione, dalla beatitudine dal senso dell'io sono. 

Traduzione nostra:

“[Quella particolare] condizione di coscienza/conoscenza (saṁprajñāta[1]) [che dà la possibilità di comprendere e trasformare] la forma materiale (rupa[2]) [viene realizzata] in seguito (anugamāt) [all’esperienza di quattro stati denominati] vitarka [o conoscenza basata sulle ipotesi e le congettu-re], vicāra [o conoscenza basata sull’investigazione e il ragionamento], ānanda [stato di beatitudi-ne derivante dall’unione con l’oggetto di conoscenza] e asmitā[3] [identità con l’oggetto di conoscenza].

Il Sutra I,17 descrive quattro tipi di samadhi. 
Il samadhi è conoscenza diretta della realtà. Ciò significa che non vi è distinzione tra OGGETTO di conoscenza e tra SOGGETTO conoscitore.
Per meglio comprendere è necessario esaminare i concetti di अस्ति asti - भाति bhāti - प्रिय priya.
 प्रिय priya, dalla radice PRA che significa insorgere , sbocciare, è tutto ciò che è piacevole, bello a vedersi, amabile, adorabile, beato e portatore di beatitudine. 

भाति bhāti dalla radice bhā che significa luce, significa apparire sembrare, luccicare, scintillare ecc.
अस्ति asti dalla radice AS che significa essere vuol dire Esso (lui, lei) E', ma anche esistere, essere stare...
Bhāti è la "luce propria" di un oggetto, ciò che dà origine alla forma con la quale lo si può "conoscere". 
La vera forma (स्वरूप svarūpa) di un oggetto, sarà quindi la forma che appare senza sovrapposizioni mentali, come diretta emanazione della luce propria dell'oggetto, bhāti.
Il samadhi con seme è quindi la conoscenza diretta che nasce dall'unione fusione del conoscente con l'oggetto di conoscenza. 
तर्क vitarka significa argomento.
In questo caso è il nome del tipo di samadhi che insorge dalla concentrazione su un pensiero particolare, un seme.
Per esempio medito su OM NAMAH SIVAYA, comincio ad intravedere la sua struttura triplice (nama= mondo delle forme, Ya = jiva individuato, Siva = assoluto) e la sua struttura quintuplice (NA- MA-SI-VA-YA) che rappresenta i cinque poteri della manifestazione (creazione, distruzione, mantenimento, velamento , grazia) fin quando i pensieri cominciano a girare da soli fino a farmi perdere il concetto dell'individualità e la consapevolezza del voler conoscere-comprendere e la mente si identifica completamente nel mantra, che rimane come seme (pratyaya). 
विचार vicāra significa, idea, concetto. 
In questo caso è il nome dato al secondo tipo di samadhi. L'idea è ciò che sta "dietro all'oggetto, è il noumeno. La differenza tra il Vitarka samadhi ed il vicāra samadhi è, banalizzando, una differenza di "spessore". Il primo (vitarka) indica un pensiero più grossolano, si utilizza cioè l'intelligenza ordinaria. Per citare Dante si potrebbe parlare di "piena comprensione del linguaggio letterale". In un certo senso VITARKA è il samadhi della coscienza di veglia.  Il secondo (vicāra) utilizza una intelligenza più sottile. L’intelligenza intuitiva che fa svelare, in un attimo, il significato di simboli ed allegorie.
Si potrebbe parlare di "piena comprensione del Linguaggio allegorico". Se l'attenzione nel vitarka samadhi è su un oggetto, in vicāra vi è la possibilità di comprendere la reale natura di tutti gli oggetti. 
Vitarka è una freccia che centra il bersaglio stabilito.Vicāra è la possibilità di tirare la freccia verso qualunque bersaglio. In un certo senso è il samadhi della coscienza di sogno. Il terzo tipo di samadhi è आनन्द ānanda che significa gioia, beatitudine, grande piacere sessuale..., detto anche सानन्द sānanda . È la beatitudine indifferenziata, è lo stato della conoscenza assoluta permeata dall'ignoranza assoluta. Lo si può collegare allo stato coscenziale di Prajna o sonno profondo. 
Il quarto stadio o tipo di samadhi è dettoअस्मिता asmitā ed è riferito con l'Uno, l'Essere, l'Antico dei giorni.Asmitā può essere tradotto con egoismo e rappresenta qui l'identità con Isvara . Quattro specie di samadhi, quindi, (corrispondenti ai quattro dhyana del buddismo) che vengono definiti samprajñāta ovvero con conoscenza ad indicare che esistono ancora dei contenuti che possono essere ridotti alla dialettica Soggetto conoscitore-oggetto di conoscenza.  Ricapitolando avremo: 
Vitarka o savitarka (corrispondente al primo "dhyana" del buddismo) collegato al ragionamento empirico, al linguaggio letterale ed allo stato detto visva stato di veglia.
 Vicāra o savicāra (corrispondente al secondo dhyana del buddismo) collegato alla comprensione intuitiva (tipica ad esempio del fare arte), al linguaggio allegorico ed allo stato detto Taijasa.
Ānanda o sānanda (corrispondente al terzo dhyana del buddismo) collegato all'identità con le idee/dei, al linguaggio morale ed allo stato detto prajña. 

asmitā o sasmitā (corrispondente al quarto dhyana del buddismo) collegato all'identità con l'uno principiale, al linguaggio anagogico ed allo stato detto di Isvara. Questi quattro livelli sono collegati tra loro nel senso che non si può accedere ad uno stato senza aver esperito e stabilizzato i precedenti. 

La stabilizzazione dei livelli del samadhi è chiamata Amākalā , uno dei nomi o poteri della Dea, che si potrebbe, secondo me, tradurre come Arte(
कला kalā ) divina o arte dell'immortalità (अमर amara sta per immortale, eterno, dio). Oltre questi quattro tipi o livelli del samadhi ve ne sono altri che si possono considerare dei "gradini" indispensabili a salire da un livello all'altro. 

Si è detto ad esempio che il vitarka o savitarka samadhi è legato alla conoscenza/identificazione di/con un oggetto "grossolano" (un pensiero "grossolano") in un certo senso si tratta di un processo teso a svelare gli "effetti di un oggetto. Quando la mente si identifica completamente con l'oggetto grossolano o il ragionamento empirico c'è uno stacco, un momento di (apparente?) assenza, si può fare l'esempio (banalizzando)di una persona completamente concentrata sulla soluzione di un problema matematico o un gioco enigmistico. Il momento in cui ha o crede di aver colto la soluzione non ha le parole per dirlo, ma il ragionamento che lo ha condotto a tale soluzione cessa improvvisamente. iI totale assorbimento nella soluzione del problema ed il conseguente isolamento da tutto ciò che può interferire con tale soluzione è definibile vitarka samadhi. Il momento di cessazione dell'attività che precede il momento della espressione della soluzione è detto NIRVITARKA samadhi e Patanjali lo citerà nel sutra I,43:
smriti partisuddhou svarupa sunyeva artha matra nirbasa nirvitarka 

nella traduzione di Raphael: 
“Quando la memoria è purificata e la mente perde la sua propria forma e soltanto la conoscenza reale dell'oggetto (di concentrazione) risplende, si ha lo stato di concentrazione senza argomentazione (nirvitarka)”.
In pratica si ha la "percezione" (?) della "vera forma" dell'oggetto e di ciò che di quella vera forma è "causa", ovvero ciò che prima abbiamo definito भाति bhāti, la luce propria di un oggetto, senza le sovrapposizioni create dalla mente. 
Nirvitarka samadhi, ovvero la conoscenza consapevolezza della vera "natura" di un oggetto conduce al samadhi detto vicāra o savicāra, la coscienza/conoscenza o la possibilità della coscienza/conoscenza della reale natura di tutti gli Oggetti. 
Si è sul piano delle energie sottili, taijasa, il piano di sogno. Anzi si può dire che savicāra è la piena coscienza di sogno. L'identificazione nella coscienza di sogno diviene in un certo senso "oggetto di conoscenza". 
Il gradino successivo è nirvicāra, il momento in cui cessa anche il pensiero della identificazione con il piano delle energie sottili e conduce al sānanda samadhi caratterizzato dalla pura beatitudine.
Ovviamente anche il piacere/beatitudine, a sua volta, può divenire oggetto di conoscenza. 
Quando cessa questa possibilità si ha il nirānanda samadhi che conduce alla consapevolezza dell'IO SONO, o sasmitā samadhi
Questi 7 livelli [sei per il vedanta nel quale (cfr. Indian Psychology, Volume 1, di Jadunath Sinha) Sānanda e nirānanda sono considerati un unico stato) rappresentano l'insieme dei samadhi samprajñāta o samadhi con conoscenza. 
La rivelazione della coscienza di veglia vitarka o savitarka samadhi è relata alla conoscenza dei Bhuta o elementi grossolani (etere,aria, fuoco,acqua, terra) ed al loro risolversi l'uno nell'altro(la terra si discioglie nell'acqua ecc.).
La rivelazione della coscienza di sogno vicāra savicāra samadhi è relata alla conoscenza dei Tanmatra ovvero gli elementi sottili (suono, sensazione tattile, luce/colore,sapore, odore).
La rivelazione della coscienza di sonno profondo o della beatitudine che nasce dalla armonizzazione degli opposti ānanda sānanda samadhi è relativa ai sensi ovvero alla possibilità di percepire ed interpretare gli elementi sottili.
La rivelazione dell'unità primordiale asmitā sasmitā samadhi è relativa alla comprensione di ahamkara come funzione e non come individualità.
 Il tutto si può ridurre al processo introspettivo del Chi sono ovvero alla meditazione (cfr.samkara aparokshanobhuti) su 
Ko'ham (chi sono io).
 Na'ham (non sono).
So'ham (sono questo). 
Meditazione-concentrazione sugli elementi grossolani (vitarka): io non sono (na'ham) il corpo fisico.
Meditazione concentrazione sugli elementi sottili (vicāra): io non sono il corpo energetico, le energie sottili, i movimenti emotivi. 
Meditazione concentrazione sulla coscienza sensitiva (ānanda): io non sono la mente che percepisce le diversità e la molteplicità. 
Meditazione sull'IO sono (asmita): Io sono l'unità degli opposti. 



[1] Saṁprajñāta o samprajñāta viene solitamente tradotto con “conoscenza accurata”. Sam si può interpretare come “insieme, con”.
Prajna, usato spesso come sinonimo di buddhi, è inteso come conoscenza, ma indica una particolare forma di energia, o śakti, legata alla dea della musica e dell’eloquenza, sarasvatī, e all’ādi-buddha. Swami Vivekananda nel suo commento al sutra I,17 attribuisce a saṁprajñāta il significato di acquisizione del potere di controllare la natura:
In the Samprajnata Samadhi come all the powers of controlling nature. It is of four varieties [qui descrive i quattro stati o varietà di sampra-jñāta]...There is no liberation in getting powers. It is a worldly search after enjoyments, and there is no enjoyment in this life; all search for enjoyment is vain; this is the old lesson which man finds so hard to learn. When he does learns it, he gets out of the universe and becomes free. The possession of what are called occult powers is only intensifying the world, and in the end, intensifying suffering. Though as a scientist Patanjali is bound to point out the possibilities of this science, he never misses an opportunity to warn us against these powers.
[2] Rūpa, o rupa, significa “natura, forma, apparenza fenomenica, colore, spettacolo”, ma visto l’uso del termine saṃjñā nel versetto 15, molto probabilmente va inteso come uno dei cinque skandha buddisti col significato di “forma, corpo materiale”.
[3] Asmi è la prima persona singolare del verbo essere, “Io sono”, quindi asmitā viene tradotto solitamente con “egoismo”. In questo caso è da intendersi come entrare in identità con l’oggetto di conoscenza (rupa).

sabato 5 maggio 2018

IL KARMA, IL RETTO AGIRE E LA LEGGE DELL'INERZIA




Può essere interessante notare come, talvolta, ciò di cui si parla o si scrive (o si pensa) si fa profezia della vita, e ci si sorprende nel riconoscere, nelle azioni altrui e nelle nostre, negli eventi casuali che trasformano la nostra esistenze, le conferme a teorie di cui si è discusso in un passato più o meno recente.

L'agire e il non agire sono alla base di quello che qui chiamiamo Yoga. 

Paradossalmente, nello Yoga, per azione si intende l'essere agiti
Nel senso che normalmente si crede di agire ma, essendo sottoposti alla Legge Naturale (chiamiamola così) senza "conoscerla" siamo in realtà agiti dagli impulsi e dalle impressioni che insorgono come reazione agli stimoli esterni.

Nell'agire siamo sottoposti alla legge, e quando si incontrano degli ostacoli ci fermiamo ad analizzarli con la mente raziocinante. 
Soffriamo quando non li superiamo e gioiamo quando li evitiamo o riusciamo a proseguire un cammino prefissato. 

Nello Yoga per giusta azione si intende il Vero Agire, cioè l' azione che segue la legge naturale con la qualità (rasa) di un fiume che scorre...Surrender.

Il nostro agire in questo caso è in un certo senso la Legge. 

Per non azione si intende invece essere la causa stessa della legge. 

Il movimento è, in un certo senso, sempre apparente, 
sia  per colui la cui l'azione è sottoposta alla legge, 
sia per colui la cui azione è in identità con la legge, 
sia per colui la cui azione è causa della legge. 

Sarà la percezione del movimento a mutare. 

Agire-giusto agire-non agire corrispondono all'essere sottoposti alla legge, essere la legge ed essere la causa della legge. 

L'agire si esprime attraverso il movimento rettilineo, l'accelerazione o l'inerzia. 

Parlando di guna, si può affermare che ciò che riguarda l'agire si colora maggiormente di Tamas e Rajas. 

La giusta azione si esprime attraverso il movimento morbido ed onnipervadente. 
Ovvero si colora maggiormente di Sattva

Il non agire è il rimanere immobili ed osservare il mondo girare intorno a noi. 
Siamo causa di movimento e direzione, i tre guna sono in perfetto equilibrio. 

Si potrebbe dire che l'agire corriponda a quello stato che alcuni definiscono di veglia (visva

Il retto agire allo stato di sogno (taijasa). 

Il non agire allo stato di sonno profondo (prajna

Il "liberato", nello Yoga, è colui che è al di sopra dell'azione, della giusta azione e della non azione. 

Il liberato è colui che è oltre la legge ed ha completamente trasceso i tre guna. 

Nello stato di Prajna (non azione) si sperimenta l'unità e l'equilibrio. 

La non dualità è cosa che riguarda solo il quarto stato (Turiya)

Sia nella giusta azione ssia nell'azione sottoposta alla Legge c'è movimento e c'è direzione. 
L'unica differenza consiste nel fatto che la giusta azione si esprime attraverso il movimento giusto e la direzione giusta per quel particolare istante. 

Giusta azione è il gesto perfetto:
giusta intensità, giusto ritmo (tempo), giusta direzione. 

L'azione sottoposta alla Legge produce karma futuro e non ha il potere di risolvere né il karma passato né il karma presente.

La giusta azione è comunque azione e quindi produce karma

Tutte le azioni producono karma. 

La giusta azione produce karma futuro e risolve il karma presente, ma non risolve il karma passato 

Nella non azione, infine, il karma presente è risolto e non si produce karma futuro

Ma il karma passato non è risolto, non può essere risolto perchè è rappresentato dal nostro corpo e dalla nostra interiorità (ovvero i cinque Kosha, o guaine,intese come corpo fisico, corpo sottile, corpo mentale, corpo dell'intuizione e corpo dellabeatitudine).

In altre parole i "semi"  che hanno condotto a questa particolare e irripetibile nascita umana sono ancora presenti. 

La non azione è il luogo delle infinite possibilità.



Facciamo un esempio banale: 


Dormo.

Sono nello stato di sonno profondo.
Sono, per dirla in termini vedantici, identificato con la guaina della beatitudine : anandamaya kosa.

Un rumore improvviso mi fa sobbalzare.
Non sono cosciente del luogo in cui mi trovo, ma avverto il battito cardiaco, il sudore freddo, il peso del corpo sul materasso.

Cerco di vedere dove mi trovo e dopo essermi abituato all'oscurità riconosco la mia stanza da letto.
ho la gola secca e cerco di produrre ed ingoiare la saliva....

Faccio un bel respiro per tranquillizzarmi e sento il profumo delle piante del terrazzo portato dalla brezza notturna.

Realizzo che il rumore è stato prodotto dal vento che ha aperto una finestra chiusa male. 



Lo stato di sonno profondo è lo stato della non azione, del perfetto equilibrio (non della trascendenza!) dei Guna. 
Non ho coscienza di nessuna azione, di nessun movimento, di nessuna direzione. 
Sono beato, ovvero in uno stato di non contrapposizione con alcun ché
Alcuni lo definirebbero stato non duale, ma non è esatto.

Improvvisamente qualcosa mi fa uscire dallo stato di beatitudine. 
Un suono. 
Può essere interessante a questo punto, osservare l'ordine della manifestazione degli elementi secondo la Tradizione: 

1) Il suono si manifesta nell'Etere. 

2) Il suono ed il sentire (nel senso di oggetto del tatto) si manifestano nell'Aria. 

3) Il suono, il sentire, la luce si manifestano nel fuoco. 

4) Il suono , il sentire, la luce, il sapore si manifestano nell'acqua. 

5) Il suono, il sentire, la luce,il sapore, l'odore si manifestano nella terra. 


Il luogo della volontà coscienza', anzi del cosiddetto "organo interno" diciamo che è il sesto cakra (in mezzo alla fronte). 
Il luogo dell'Etere, dell'udito diciamo che è il quinto cakra (la gola). 
Il luogo dell' Aria, del tatto diciamo che è il quarto cakra (plesso cardiaco). 
Il luogo del Fuoco, della vista diciamo che è il terzo cakra (ombelico e per alcuni il plesso solare). 
Il luogo dell'Acqua, del gusto diciamo che è il secondo cakra (sotto l'ombelico) 
Il luogo della Terra e dell'odorato diciamo che è il primo cakra (perineo). 


Il sonno profondo é prajna. 
Prajna è la non azione che si esprime come assenza di contrapposizioni, beatitudine priva di dolore. 

Chi avrebbe la voglia di uscirne? 
Eppure basta un suono per farci "svegliare". 
Significa che il desiderio di sperimentare la vita non è estinto, non è risolto, semplicemente dorme, pronto a risvegliarsi ad ogni impulso esterno. 

Il risveglio dal sonno profondo è, in un certo senso, la "ri-creazione" del mondo manifestato da parte dell'anima individuata. 

Per prima cosa il desiderio si manifesta come suono-udito (manifestazione dell'elemento Etere): 
il rumore mi fa svegliare 

L'udito nasce da OM il suono é OM. 
A U M si manifesta nell'etere e da A U M si manifestano gli altri elementi sottili e grossolani. 

Dall'elemento Etere procede l'elemento Aria (YAM): 
Ho la percezione del battito cardiaco, del sudore freddo, del peso del mio corpo 

Dall'elemento Aria procede l'elemento Fuoco (RAM): 
metto "a fuoco " gli occhi e comincio a percepire/riconoscere la mia stanza da letto 

Dall'elemento Fuoco procede l'elemento Acqua (VAM): 
produco saliva e la inghiottisco perché ho la gola arsa 

Dall'elemento Acqua procede l'elemento Terra (LAM): 
sento il profumo delle piante ed ho finalmente il quadro completo di ciò che è accaduto. 

Infine aderisco completamente al mondo di veglia (Visva). 


La non azione è legata allo stato di sonno profondo. 
Nello stato di sonno profondo vi è perfetto equilibrio dei guna, non trascendenza. 

Se vi fosse trascendenza  non potrebbe mai esserci l'oscillazione tra coscienza di veglia e coscienza di sogno. 
Non potrebbe esserci  possibilità di manifestazione. 

Lo stato di sonno profondo racchiude in sé lo stato di sogno e lo stato di veglia: è lo stato delle infinite possibilità. 

L'identificazione del jiva con lo stato del sonno è infatti ciò che si definisce "corpo causale",  la causa stessa della manifestazione. 

Prajna non è lo stato in cui i guna sono trascesi, ma lo stato in cui la materia non è ancora stata colorata dalle qualità e giace allo stato potenziale. 

L'acqua superiore, l'oceano nero di prima dell'inizio. 

Prajna è Inerzia illuminata dalla coscienza

Prajna è equilibrio originario di tamas/rajas/sattva e causa della manifestazione degli elementi grossolani. 

E quindi è in sé stato tamasico, chè conduce, non foss'altro che in potenza, alla metallizzazione. 


Prajna è la cima del monte meru. 
Se le ali non sono aperte non si può far altro che rotolare giù. 

Chi ha compiuto delle giuste azioni rotolerà più vicino alla vetta di altri, ma sempre si tratta di un rotolare verso il basso. 

La schiavitù dell'uomo è la legge dell'inerzia.