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martedì 14 novembre 2017

IL SIGNIFICATO NASCOSTO DEI MANTRA - OM NAMAḤ ŚIVĀYA



Alzi la mano chi non ha mai recitato un mantra indiano o tibetano senza avere la minima idea di cosa significasse.
C'è addirittura una scuola di pensiero che invita ad abbandonarsi al suono, alla vibrazione e ad ascoltare con il cuore.
Il personale sentire viene considerato un metro di giudizio assai più affidabile della razionalità, e l'atteggiamento più comune, nell'approccio alla "Scienza dei mantra è il "Che mi frega di sapere cosa vuol dire? L'importante è che mi risuoni!".
Devo dire che ci sta.
Tutto nell'universo è vibrazione e ovviamente quel che conta è il risultato.
Se uno recita 108 volte Om Namaha Shivaya senza sapere che vuol dire e poi si sente in pace con il mondo, va bene così.
Anzi va MOLTO bene!
Ma bisogna considerare che nei testi "tecnici" dello yoga, non numerosissimi, si parla di una serie di valenze simboliche, modalità di  pronuncia e possibilità di "utilizzo" che, secondo me, la maggior parte dei praticanti ignora.

Gli insegnanti solitamente no (almeno spero...), ma nelle loro spiegazioni  optano spesso per la semplificazione, trascurando volontariamente le implicazioni filosofiche.
L'approccio ai mantra in generale  e ad Om namaha Shivaya in particolare, è di tipo devozionale,o meglio magico-religioso, e approfondire gli aspetti più ostici della filosofia indiana con gli allievi che si avvicinano allo Yoga per sentirsi meglio, fare una salubre ginnastica o intraprendere un'attività considerata oggi alla moda, viene considerato non utile o addirittura negativo dal punto di vista commerciale.

La filosofia indiana, se approfondita, può essere noiosa assai per chi non è realmente appassionato, e se un istruttore si dilungasse in complesse spiegazioni, con dotte citazioni tratte dai Veda, dal Kama Shastra,o dal Vedanta correrebbe il rischio  di veder svuotare i suoi corsi.
Giusto così.
Forse.

Ogni tanto però penso che sarebbe un bene confrontarsi con i testi tradizionali, così...tanto per non rischiare di perdere contatto con gli insegnamenti originari.
Esaminando con attenzione il mantra Om Namaha Shivaya credo si possonano fare delle scoperte interessanti.
Innanzitutto,secondo me, sarebbe meglio scriverlo in sanscrito, 

ॐ नमः शिवाय

o nella traslitterazione in caratteri latini

OM NAMAḤ ŚIVĀYA

E questo non per pignoleria o per snobismo, ma perché la pronuncia  è sensibilmente diversa da quella di Om Namaha Shivaya, e, se vogliamo attenerci alla teoria delle vibrazioni l'esatta pronuncia di un mantra una qualche importanza la dovrà pure avere.o no?

ad esempio non  si legge OM: quella specie di "3" con la coda è una doppia O molto chiusa, quasi U,quindi "ÒÒ", e la mezzaluna sovrastata dal puntinonon è una "M", ma una nasalizzazione della consonante, come nel francese "GRAND", quindi il suono esatto dovrebbe essere una roba tipo "OOmng..." o "UUmng..."

Ovviamente nessuno ci bacchetterà le dita se pronunciamo AUM o OM, ma può essere interessante sapere che si tratta di tre sillabe e quindi tre suoni, diversi.

ॐ = OOmng
ओं = OM(n)
औं = AUM(n)

La "H" alla fine di NAMAḤ, poi, è il suono chiamato in sanscrito "Visarga", che significa "emissione/orgasmo" ed è una profonda aspirazione.
La S di ŚIVĀYA è una "sibilante tālavya" o "palatale".
Si  può tranquillamente leggere come la SC di SCIARE, ma la lingua è un pochino più spostata verso il palato.
L'accento sulla prima A ( Ā) indica che si tratta di una doppia A, considerata in sanscrito  una vocale diversa che indica, se posta alla fine di una parola, il genere femminile, nel senso che tra ŚIVA e ŚIVĀ c'è la stessa differenza che c'è in italiano tra GATTO e GATTA.
Pure la pronuncia è diversa: la A "semplice" alla fine di una parola quasi non si pronuncia, mentre la A "doppia" suona come una A accentata.

La dizione esatta del mantra quindi,dovrebbe essere:

ÒÒMNG NAMAH  SCIVÀY

Ognuno poi lo pronuncerà come vuole,ovviamente....

Un'altra cosa che potrebbe essere interessante è che  la prima volta che il mantra appare, nell'inno a Rudra dello Yajurveda, viene scritto così:

NA MA ŚI VĀ YA.

Le sillabe sono staccate, e ad ogni sillaba vengono assegnati dei significati diversi.

NA, ad esempio, rappresenta la TERRA, le GAMBE dell'essere umano. 

Ma rappresenta l'ACQUA, lo STOMACO e il MONDO MANIFESTATO.

ŚI rappresenta il FUOCO, le SPALLE e Śiva Nataraja.

VĀ rappresenta l'ARIA, la BOCCA  e la Grazia che svela.

YA infine rappresenta lo SPAZIO, gli OCCHI e l'Anima individuale. 

Già questo collegamento con le membra del corpo umano, i cinque elementi e i cinque poteri della divinità (Emanazione, Mantenimento, Dissoluzione, Grazia e Velamento) può dare un'idea delle possibilità operative del mantra, ma c'è di più.

Ogni mantra e tecnica operativa descritta nei Veda e nelle Upanishad è suddivisa in tre parti o पदार्थ padārtha (che significa sostanza, oggetto del pensiero).
Lo yogin, per rendere "operativo" il mantra, dovrà investigare (विचार vicāra , letteralmente idea, pensiero, disputa) su ciascuna di esse. 

La prima parte è detta  Tvam padartha e riguarda l'elemento soggettivo, non universale del mantra.
La riflessione sull'elemento soggettivo si chiamerà quindi Tvam padartha vicāra .

La seconda parte è detta Tat padartha e riguarda l'elemento oggettivo, universale.

La terza parte è detta Aikya padartha ed è l'elemento che lega, unisce, mette in identità universale ed individuale e in italiano potrebbe essere definito "Copula".



Facciamo un esempio: i "mantra delle cinque sillabe" in realtà sono due OM NAMAḤ ŚIVĀYA
  e OM ŚIVĀYA NAMAḤ  che di solito vengono tradotti alla stessa maniera (...rendo omaggio al benigno, offro al benigno l'offerta del suo nome ecc.).
Se diamo retta ai testi tradizionali si tratta di due diverse "tecniche operative":
Due mantra diversi sia dal punto di vista logico che dal punto di vista energetico.
NAMAḤ è la copula. 
ŚIVĀ il principio oggettivo.
YA il principio soggettivo.

Decidere di mettere YA (qualunque cosa significhi per i sanscritisti!) tra 
ŚIVĀ e NAMAḤ  o dopo  ŚIVĀ   non è un giochino innocente, ma indica due diversi tipi di pratica e di realizzazione. 

Nel primo OM NAMAḤ ŚIVĀYA, si parte,simbolicamente,dalla TERRA e dal POTERE DI DISSOLUZIONE della divinità per arrivare allo SPAZIO, all'ANIMA INDIVIDUALE e quindi all'inizio della Manifestazione.

Nel secondo OM ŚIVĀYA NAMAḤ, si parte invece dal FUOCO e dal POTERE DI CREAZIONE della divinità, per giungere al MONDO.





Quella che riportato sopra non è comunque l'unica interpretazione simbolica delle cinque sillabe del mantra.
Tra le tante ce ne è una legata alla Tandava, la danza del "dio dai tre occhi" , nella quale ad ogni sillaba è collegato un gesto.


NA rappresenterebbe il potere dell'assorbimento o distruzione , manifestato nella mano posteriore sinistra che regge il fuoco. 


MA  il potere del velamento manifestato nel passo del piede destro che schiaccia la testa del "nano dell'ignoranza).

 
ŚI il potere della creazione manifestato nella mano posteriore destra che regge e suona il tamburello. 

 è la grazia dello svelamento manifestata nel movimento del piede sinistro, sospeso a metà tra cielo e terra. 

YA il potere della protezione/mantenimento (Sthiti) indicato dalla mano anteriore destra nell'atto di assumere il mudra chiamato Abhaya mudra, la mudra che allontana la paura. 


Inutili divagazioni mentali?
Possibile,
Ma è così che parlano i testi tradizionali.
Ciò non significa che, chi ne ha voglia,  non debba continuare  a cantare o a recitare OM NAMAHA SHIVAYA senza sapere cosa significhi e come si pronunci, per carità!
Però potrebbe essere interessante andare a vedere cosa succede se sipratica il mantra con la corretta pronuncia dopo aver riflettuto/meditato sulle valenze simboliche e "vibrazionali" delle singole sillabe.
Si, credo che potrebbe essere interessante...
Un sorriso,
Paolo

domenica 12 novembre 2017

LO STATO NATURALE E IL CAMPO MORFICO (Seconda Parte)






Il tema, diceva e dice ancora una mia vecchia amica , è la relazione.
Il tema, dico io, è la comunicazione.
Diciamo che lo stato naturale è lo stato in cui lo spazio interno ( Citta akasha , ciò che chimiamo a volte mente, a volte interiorità, a volte individualità) scambia liberamente energie con lo spazio esterno (Maha Akasha, l'ambiente, l'universo intero) fino a far realizzare l'identità tra Citta Akasha e maha akasha.
Identità che nello yoga è detta Cit Akasha o infinito spazio senziente.
Ciò che impedisce di accedere allo stato naturale sono dei blocchi, dei veli, dei filtri che impediscono la libera comunicazione.

Ovviamente non si comunica solo con le parole, ma visto che stiamo usando parole scritte, si può cominciare ad esaminare il linguaggio verbale.

la comunicazione avviene in tre fasi che vengono chiamate:
Sintassi.
Semantica.
Pragmatica.

La sintassi è la definizione di un linguaggio comune. 


La semantica è la comprensione del significato delle singole parole, delle catene di parole, di ciò che si nasconde dietro le parole. 

La pragmatica è il fine, il risultato.

Nella comunicazione il fine deve essere la trasformazione di uno stato.

Se sono tranquillamente seduto sulla panchina di un parco e X mi avverte che sta cadendo un ramo sulla mia testa, cambio il mio stato fisico e mentale. 

Se X non dicesse niente il ramo mi colpirebbe e magari mi slogherei una caviglia.

In senso stretto X comunica con me sia che mi avverta sia che non mi avverta.

La prima fase della comunicazione, la SINTASSI, ovvero la ricerca di un linguaggio comune.

Se non c'è un linguaggio comune il dialogo, le forme con cui il dialogo si sviluppa, i fenomeni di cui si tratta vengono ammantanti di mistero.

Dove c'è mistero c'è possibilità di una serie di interpretazioni diversissime tra loro che possono innescare delle spirali di pensiero centripete. 

Faccio un esempio (tratto da "Pragmatica della Comunicazione umana" di P.Watzlawick.... ed. Astrolabio):

"In una zona del Canada del Nord il numero delle volpi aumenta e diminuisce con una periodicità degna di attenzione. La popolazione raggiunge la punta massima in un ciclo di quattro anni, poi declina fino alla quasi estinzione, e infine comincia a risalire. [....] non c'è nulla che spieghi tali cambiamenti né nella natura della volpe né in quella di tutta la specie."

Da cosa dipende la ciclicità? 
Sarà un qualche segno interpretabile solo da sciamani indo-americani? 
Sarà dovuta alla legge dei grandi numeri e quindi al caso?

L'aumentare ed il diminuire ciclico della popolazione delle volpi in quella particolare zona resta un mistero fin quando qualcuno non ha l'idea di accostare i grafici ad esso relativi a quelli riferiti ai conigli selvatici la cui popolazione diminuisce quasi fino all'estinzione in corrispondenza del picco della popolazione delle volpi per poi aumentare al diminuire del numero di queste.
Si scopre così che , in quella zona, le volpi si cibano quasi esclusivamente di conigli selvatici.
Quando le volpi aumentano non ci sono conigli sufficienti per tutte, i conigli rasentano l'estinzione , e le volpi cominciano a morire di fame e a fare meno cuccioli ecc. ecc.

Si tratta di un esempio apparentemente sciocco, ma interessante perché realmente accaduto.

La lezione che se ne trae è che:
"un fenomeno resta inspiegabile finché il campo di osservazione non è abbastanza ampio da includere il contesto in cui il fenomeno si verifica"

Si tratta di un qualcosa di ovvio.
La scoperta dell'acqua calda.

Ma può essere fonte di riflessioni interessanti.

Il Mistero sussiste fin quando non lo si comprende.
Il contenuto di uno scrigno di metallo è misterioso fin quando non si ha la chiave e non la si usa.
Per dirla con Aurobindo: nella filosofia "I MISTERI GALLEGGIANO IN SUPERFICIE".
Maestri come Platone, Buddha, Patanjali, Shankara, Ramakrishna, Ramana Maharishi, Raphael  descrivono la maniera di raggiungere uno stato di Comunicazione totale, che viene definito Stato naturale, Nirvikalpa samadhi o liberazione. 
Ciò che impedisce l'esperienza di quello stato, secondo gli insegnamenti di questi maestri, è una serie di blocchi psichici, o vrtti, o condizioni della mente che conducono l'individuo in quella che qui si è definita spirale centripeta o spirale nevrotica.

Dove per spirale nevrotica intendiamo ciò che allontano dallo stato naturale ed è fonte di dolore, paura, rabbia.

SINTASSI=Ricerca di un linguaggio comune.
SEMANTICA=Comprensione
PRAGMATICA=individuazione delle modalità che possono permetterci di risolvere determinati blocchi.

In quest'ottica il mistero ha interesse solo quando viene svelato.

Se non si supera la prima fase, ovvero la ricerca di un linguaggio comune, l'accedere alle fasi successive è, ovviamente impossibile.

Nell'ambito della filosofia realizzativa si tende spesso a far uso del linguaggio poetico e metaforico, quello che Dante definisce "Linguaggio allegorico".

Non può essere altro che così essendo il linguaggio "degli dei" quello dei miti, dei sogni e delle coincidenze significative.
Ma occorre tener presente che occorre , prima aver "integrato" il linguaggio letterale.

Il motivo di questa che appare come una limitazione, è, se ci pensa, assai chiaro.

Il mondo del linguaggio allegorico è quello che nel vedanta viene definito Taijasa (da Tejas= fuoco), ovvero la dimensione del sogno.

Taijasa possiamo immaginarlo come un territorio diviso in due zone confinanti: Taijasa inferiore e Taijasa superiore.

Le dinamiche, i fenomeni sono identici, ma il primo è legato all'inconscio individuale, condizionato dalle esperienze personali, dalla cultura, dall'ambiente ristretto in cui cresciamo.

Il secondo è legato all'inconscio collettivo ed è illuminato dalle Idee, dagli archetipi universali.

Si può avere il sentore dell'esistenza delle idee universali, ma, contemporaneamente, rimanere intrappolati in taijasa inferiore, incapaci diinvertire la direzione della spirale centripeta del pensiero.

Rimanere intrappolati non è metafora.
Il Jiva (la presunzione d'anima individuale) resta veramente intrappolato in un territorio di simboli e segni, simili a quelli universali, ma connotati da un sapore (rasa) soggettivo o relativo a piccole comunità.

In taijasa inferiore si può credere di essere un Eroe, un Re, o Indra, o Shiva nataraja, ma permane un senso di inquietudine, simile a quello prodotto da certi stati patologici, paranoia o schizofrenia.

In altri termini se definiamo l'individuo come campo morfico o campo di informazione, si può dire che la via dello yoga, attraverso la pratica del samadhi vuole condurre ad ingrandire all'infinito il campo morfico fino a comprendere l'universo e condurre alla dissoluzione nel Brahman.

Nell'individuo intrappolato nel jiva inferiore si tende invece a rinchiudersi nel proprio campo morfico ed a cercare di inglobare gli altri.

Come Niniane per amore, costruisce una bolla dalla quale Merlino non ha più possibilità di uscire, così il Jiva prigioniero cerca di attrarre a sé, sempre per amore, altri individui, altri enti.

Incapace di uscire dalla propria spirale centripeta cerca di farvi scivolare altri per ovviare alla dolorosa solitudine cui si è condannato, giudice implacabile di se stesso.

Bisogna sempre fare attenzione a parlare di distacco o di sacrificio dell'Ego o di illusorietà del mondo empirico.

Perché è difficile per i molti distinguere l'abulia dal distacco, il rifiuto della vita dal sacrificio dell'Ego, le allucinazioni di taijasa inferiore dall'osservazione della relatività del divenire.

Al di là delle più colte disquisizioni scientifiche o filosofiche se il Tema è la comunicazione, ciò che scambiamo è sempre e solo Shakti e Shakti è una delle parole con cui si traduce Amore.

Ma per arrivare alla reale comunicazione occorre eliminare quelle corazze che impediscono l'apertura del cuore.

Occorre avvicinarsi all'interlocutore senza nulla pretendere, ma innanzitutto dobbiamo trovare un linguaggio comune, la SINTASSI.

Le discussioni ed i dialoghi hanno una loro utilità solo se sono finalizzati alla costruzione di un linguaggio comune.
Il linguaggio comune è il veicolo di Amore.

Ma su questo, se si parla tra di noi, ci troviamo tutti d'accordo.
Il problema nasce da ciò che Osho sintetizza in un'unica frase:

"Il contrario dell'Amore non è l'odio, ma la paura".

Si vive costantemente nella paura e le maschere che ci costruiamo e ci siamo costruiti (io per primo) per sopravvivere ad un mondo che sembra così poco disposto ad accogliere la nostra vera natura, diventano alla fine solo un limite alla comunicazione.
"Il Tema, come dice e diceva la mia vecchia amica, è la Relazione".

LO STATO NATURALE E IL CAMPO MORFICO




Una vecchia amica ripeteva spesso (e probabilmente ripete ancora oggi) queste parole: "il tema è la relazione".
Relazione con se stessi, relazione con l'ambiente e con gli altri , relazione con l'universo.

Il tema secondo me è la comunicazione.

Lo stato naturale (sahaja) dell'essere umano probabilmente è uno stato di libera e totale comunicazione.

Se pensiamo a ciascuno di noi come ad un campo morfico , una bolla di informazioni, il livello coscienziale dipenderà dall'ampiezza di questa bolla.
Nel liberato il campo morfico è l'universo intero.

Ma se il liberato,l'illuminato, non è altro che l'essere umano nel suo stato naturale, significa che la libera e totale comunicazione di energie (informazioni) dall'interno all'esterno è uno stato accessibile a ciascuno di noi.

Se ciò non avviene, se non vi è comunicazione totale significa che vi sono dei blocchi, dei contenuti psichici che impediscono parzialmente o totalmente di scambiare energie (informazioni).

Questi blocchi credo provengano, in genere, da una specie di malfunzionamento della mente, da ciò che a volte, con i miei allievi, definisco spirale centripeta.

Si tratta di una modalità  di usare il pensiero che non è naturale, ma è appresa. Una modalità che ci porta a recepire le informazioni ed a darle in maniera obliqua o contraddittoria.

Provo a spiegarmi con degli esempi.

Immaginiamo un bambino a cui piace tener pulita la propria stanza.
Un giorno la madre gli dice:
come sei bravo tu.
Tuo fratello invece è proprio uno zozzone.

Il bambino può reagire in varie maniere.
Ma sicuramente comincerà a far caso alla differenza tra le due camere.
Giudicherà la zozzeria del fratello in rapporto alla propria pulizia.

Supponiamo ( si tratta in realtà di un caso raccontato da Itsuo Tsuda e riferito al maestro Noguchi) che i complimenti della madre gli risultino particolarmente gratificanti e supponiamo che cominci a sporcare la stanza del fratello per accentuare il divario.

Caso limite chiaramente.
Ma forse esprime ciò che volevo dire.

Se la madre avesse detto semplicemente: "Che bravo, è molto bello che a te piaccia la pulizia" il nostro ipotetico bambino o si sarebbe limitato a cercar di tener pulita la sua stanza o addirittura si sarebbe messo a pulire le altre stanze.

Perché "IL TENER PULITO è NELLA SUA NATURA".

Il riferimento al fratello ("Tuo fratello invece è proprio uno zozzone") insinua invece nella mente del nostro ipotetico bambino, la malizia.

Nasce un qualcosa che non è nella sua natura.
Una modalità di pensiero che allontana il bambino dalla sua natura.

Se prima che la madre glielo facesse notare puliva per TENERE PULITO, adesso comincia a pulire per essere più pulito del fratello.
E se il fratello comincia a pulire la propria camera, lui comincerà a sporcarla perché l'importante non è più il TENER PULITO, ma essere più pulito del fratello.


Basta una frase per innescare, nella mente, una spirale centripeta che allontana un essere umano dalla sua propria natura.

Il fine del bambino , prima della frase materna, era TENER PULITO.
Dopo la frase muta e diviene: LA MIA STANZA DEVE ESSERE più PULITA DI QUELLA DI MIO FRATELLO.

Faccio un esempio diverso.
Lavoro con le armi bianche da anni.
Mi piace.

E credo di essere abbastanza abile.
Supponiamo di parlare di spada con un gruppo di persone e supponiamo che io dica,citando un vecchio film: " La spada è come il collo di una rondine, se la tieni stretta muore, se molli troppo la presa vola via"

Supponiamo che uno degli astanti commenti la mia affermazione dicendo "Si vede che non hai mai usato una spada in vita tua".

Se in uno stato di non vigilanza faccio penetrare e agire quella frase nella mia mente, l'attenzione , mia e degli astanti, si sposterà dalla spada a ME.

"Cribbio" potrei pensare " Perché costui afferma una falsità del genere?"

E magari comincerei a parlare delle mie esperienze precedenti, andrei a prendere video e foto, chiamerei qualcuno che può testimoniare la mia abilità di spadaccino, o prenderei la spada con l'intenzione di dimostrare quanto sono bravo.

Supponiamo che alla fine dimostri veramente di essere bravo e ottenga il plauso di tutti gli astanti: la frittata egotica sarebbe fatta.

Se in precedenza giocavo con la spada e ne parlavo per il solo piacere di farlo (in qualche modo è nella mia natura) adesso potrei cominciare giocarci ed a parlarne per ottenere il plauso altrui, ovvero la gratificazione egotica.

L'ego si sviluppa nella dinamica GRATIFICAZIONE - PUNIZIONE (Frustrazione).

Quando si parla filosofia realizzativa il discorso si fa più complesso, perché il fine dichiarato è la risoluzione dell'ego. Ma le dinamiche sono le stesse.

Supponiamo che dopo anni di pratica e di letture l'aspirante XXX si convinca che lo Yoga è la pratica del samadhi.
E supponiamo che non abbia mai esperito il samadhi.

Supponiamo che, sentendo e leggendo di altri che l'hanno esperito si senta frustrato.
La frustrazione (PUNIZIONE) avvierà una spirale centripeta che porterà alla rabbia ed alla insoddisfazione.

[Non è cosa rara.
Si dice che sia capitata una cosa del genere a Vivekananda.
Per anni aveva insistito con il suo maestro su questo punto.
Finalmente, con Ramakrishna in punto di morte, V. sperimentò il samadhi.
Quando si riprese ("dov'è il mio corpo? sento solo la mia testa....dove è finito il mio corpo...") corse da Ramakrishna che gli confermò la natura dell'esperienza e gli disse, più o meno (se non sbaglio): " Adesso che sai cosa è l'esperienza del samadhi la custodisco io, tu hai altre cose da fare...."]

Inconsciamente con le armi dell'erudizione, cercherà di dimostrare che tutti coloro che affermano di aver esperito il samadhi sono dei cialtroni o che il samadhi non è strumento essenziale ecc. ecc.

Anche qui c'è uno spostamento dell'obbiettivo .
All'inizio l'aspirante è mosso dall'ardore realizzativo.
La ricerca fa parte della sua natura.
Ricerca perché non può farne a meno.
Quando comincia a farsi viva la frustrazione, il fine diviene l'esperienza soggettiva del samadhi. 

Aumentando la frustrazione il fine diverrà il dimostrare che gli altri non sono ricercatori seri.

L'ego cerca sempre di affermare il suo essere unico.
Cerca sempre di primeggiare perché si alimenta di gratificazioni e le gratificazioni giungono quando si vince, quando si è riconosciuti come il più buono, il più intelligente, il più furbo ecc. ecc.

In questo caso l'aspirante XXX (Vivekananda, per tornare al suo esempio, criticava apertamente le estasi del maestro e dopo la morte di R. si dette un gran daffare per tentare di dimostrare che i discepoli che affermavano di aver realizzato il Sé erano in realtà dei cialtroni) non potendo dimostrare di essere il più qualcosa cercherà di dimostrare che nessun altro è più qualcosa di lui.

Maggiori saranno le sue qualità intellettuali e la sua erudizione maggiori saranno le sue probabilità di successo.

L'aspirante XXX cercherà sempre, il più delle volte inconsciamente, di trarre il peggio dagli altri.

In qualche modo la spirale centripeta del pensiero, è contagiosa.

Quando si innesca quel particolare processo mentale ( 1)
IO AMO TENER PULITO. 
2) SONO GRATIFICATO DAL MIO ESSERE PIÙ PULITO DI ALTRI. 3)SPORCO GLI ALTRI PER NON RISCHIARE DI NON RICEVERE  PIÙ LA GRATIFICAZIONE) si tirano fuori le parti peggiori di sé e degli altri. 

Se nel tempo si è sviluppata una grande capacità di osservazione e si è mossi sostanzialmente da sentimenti positivi nei confronti dell'umanità il processo può rivelarsi positivo.
Ma se la capacità di osservazione è bassa e il desiderio principale, ancorché inconfessato, è quello di primeggiare o di mostrarsi non inferiori ad altri i risultati saranno nefasti.


La natura dell'aspirante è la liberazione.
La spirale centripeta, che definirei nevrotica, che spinge a cercare gratificazioni individuali o ad evitare che altri trovino gratificazioni non è naturale e, se spinta all'estremo, si può trasformare nel seme della sofferenza e del dolore.

ĀCĀRA - I LIVELLI COSCIENZIALI DELLO YOGA


Guru Dev - Shankaracharya Swami Brahmananda Saraswati
 



Andando in giro sui siti che parlano di Yoga, ho avuto l'impressione che, rispetto a dieci, quindici anni fa, si faccia un uso assai ridotto dei termini "tecnici".
Spesso si usano delle parole inglesi o si inglesizzano le parole sanscrite, si parla ormai anche in Italia di ASANAS e śiva ormai anche da noi è SHIVA (meglio allora sarebbe scrivere SCIVA, almeno il suono assomiglierebbe all'originale...).

A volte si usano  i termini sanscriti, ma, col fatto che la new Age  ci ha insegnato ad affidarci al potere evocativo delle parole senza mai chiedercene il significato, non si sapiù di che si parla.

L’inconscio lavora e ci si convince che una parola significhi ciò che desideriamo. 
Cerchiamo conferme delle nostre credenze nell'uso fumoso ed inesatto di termini che hanno invece un significato precisissimo. 

आचार्य ācārya ad esempio significa precettore, ma nella filosofia tradizionale indiana è colui che avendo portato a termine il percorso di un आचार ācāra (condotta di vita, costume, usanza, comportamento) può insegnare a coloro che sono al suo stesso livello coscienziale a portare a compimento il medesimo percorso di quel determinato stadio o livello.

Cosa sono gli ācāra? Sono ciò che talvolta definiamo "qualificazione".
Sono i livelli gli stadi coscienziali "contenuti" in ciò che definiamo talvolta corpo fisico.

Spesso si interpreta deha con corpo grossolano. Ma è inesatto. Il corpo grossolano è स्थूल sthūla deha ovvero corpo, aspetto GRASSO-LARGO.... Ed è il contenitore di सूक्ष्म sūkṣma deha ovvero corpo, aspetto sottile, fine, delicato.
सूक्ष्म sūkṣma deha sono in definitiva gli ācāra.
Il primo è definito vedācāra.
Il sadhana relativo riguarda la conoscenza dei veda e la pratica dei riti o azioni.
È questo ciò che si definisce karma yoga (o kriyā o karma marga).

Il fine del sadhana relativo è il riconoscimento ed il rafforzamento del proprio dharma.
Il riconoscimento del proprio dharma conduce allo sviluppo della fede.

Si tratta di una fede inconsapevole, cieca che corrisponde al secondo stadio o Vaisnavācāra.

Il sadhana a questo stadio è bhakti yoga (bhakti marga)
siamo nel campo della devozione e della scoperta del potere di mantenimento della divinità (viṣṇu).

Bhakti yoga ha il compito di cominciare a distruggere l'A-DHARMA, continuando a rafforzare il dharma.
La consapevolezza si unisce alla fede cieca.

Il passo successivo è la via del guerriero, ksatriya.
lo stadio coscienziale è quello corrispondente alla consapevolezza di siva ovvero saivācāra.

La fede cieca sviluppata con karma yoga, unita alla devozione sviluppata con bhakti yoga si unisce alla consapevolezza della discriminazione.

Siamo al sentiero di jnana marga che ci conduce al quarto stadio detto daksinācāra.

दक्षिण dakṣiṇa significa sud e per analogia destra (questo perché le mappe indiane erano rovesciate rispetto alle nostre: noi ci rivolgiamo ad ovest-tramonto e ci troviamo il nord a destra, mentre gli indiani si rivolgono ad est-alba e si trovano il sud a destra)

Daksinācāra non ha quindi a che vedere con ciò che è definito nel tantrismo via della mano destra , ma con dakṣiṇamurti, siva con la faccia rivolta a nord che si manifesta come guru.

la cosa interessante è che daksinācāra è l'inizio del percorso verso la liberazione.

è qui infatti che si manifesta la volontà o decisione interiore, la prima apparizione del maestro interiore .
si tratta di antar laksa.
अन्तर् antar significa dentro, interiore e लक्ष lakṣa è ciò che indica , che dà il ritmo e la direzione.

con jnana marga termina il percorso di conoscenza, rafforzamento e purificazione del dharma e poi e può iniziare il viaggio a ritroso, la distruzione dei contenuti(neti neti) ovvero la rescissione da tuti i legami (pasha)
il processo di rescissione , attuabile solo dopo la rettificazione mercuriale, ha inizio dove finisce jnana marga, ed jnana marga può essere intrapresa solo da chi è allo stadio(qualificazione)definito daksinācāra.
occorre cioè aver "integrato" karma marga e bhakti marga.

per rendersi conto di cosa significa ciò basterà ricordare che chi è allo stadio di daksinācāra ( solo chi è allo stadio di daksinācāra) è (veramente) iniziato al gayatri mantra, il che significa che ha la conoscenza delle tre śakti del brahman (jnana conoscenza, kriyā-azione,-icchā desiderio), ha la conoscenza dei tre guna (tamas-siva, rajas-Brahma, sattva-viṣṇu) e comprende le tre dee (sarasvatī, lakṣmī, uma) come l''unica dakṣiṇā kalika o Adi śakti.

il potere di chi ha risolto le guaine fine alla consapevolezza del daksinācāra è immenso.
se si legge il dakshinamurtistotram di Śaṃkara (opere minori volume secondo-ed. asram vidya) ce ne possiamo fare un 'idea.

perché è importante questa conoscenza, anche semplicemente eruditiva, degli ācāra?
perché ci fa rendere conto che la via è molto più lunga e difficile di quanto si creda.

una volta giunti allo stadio di daksinācāra si può finalmente accedere a nivritti, ovvero portare a termine la rottura dei legami.


questo processo può durare una infinità di vite(secondo la tradizione induista) e passa attraverso tre stadi prima di giungere allo stadio del jivan mukta.
turya, diremmo in altri termini.

ma turya a sua volta è suddiviso in jiva turya, para turya brahma turya e turya-turya, il cosiddetto V° Pāda.

tre stati o livelli diversi che rispondono alle caratteristica del neonato, della levatrice, della misteriosa, ovvero lo stato del neonato o della infinita potenzialità (sarasvatī) , del maestro del mondo (lakṣmī), dell'insondabile (uma).


La via a ritroso secondo la Tradizione è molto più lunga e faticosa di quanto si creda.
coloro che parlano dell'inutilità della sadhana non sanno di che parlano.
esiste una diversa sadhana per ogni stadio coscienziale.
e tale sadhana va portata a compimento.

Shakta, shaiva, vaishnava non sono etichette o credo religiosi, ma sono parole che indicano precisi stadi coscienziali.

Karma yoga, bhakti yoga, jnana yoga non sono discipline da scegliere a seconda dei gusti o delle diverse suggestioni, ma sono dei diversi percorsi che solo chi è ad un determinato livello coscienziale può intraprendere.

Logico che tutti noi, anche senza dirlo esplicitamente, amiamo gongolarci all'idea di essere in prossimità dell'illuminazione.

Ma se attraverso la conoscenza anche solo eruditiva, dei termini e dei significati ci rendiamo conto dell'incredibile costruzione , immensa, di cui le scritture indiane ci danno l' immagine riflessa forse comprenderemo di come certe nostre presunte realizzazioni/intuizioni/consapevolezze siano solo l'inizio di un percorso lunghissimo che necessita di continuo lavoro, attenzione, sudore, fatica.

mercoledì 18 ottobre 2017

LO YOGA POST NEW AGE OVVERO L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELL’APPROSSIMAZIONE





Non bisogna mai innescare polemiche, utili solo ad esacerbare gli animi.
Non bisogna mai parlar male dei colleghi insegnanti di Yoga.
Non bisogna mai innescare polemiche. Non bisogna mai parlar male dei colleghi. Non bisogna mai innescare polemiche. Non bisogna mai parlar male dei colleghi. Non bisogna mai innescare polemiche. Non bisogna mai parlar male dei colleghi......
Sì...sì...sì...no...no...non je la faccio.
C'è così tanta approssimazione in giro che i miei buoni propositi mi hanno mollato da solo in casa per andare in una clinica di Varazze a disintossicarsi.
Vedo insegnanti di hatha yoga che hanno l'artrosi alle ginocchia e dicono che praticare padmasana non è essenziale perché non ce la fanno ad assumerla. 
Vedo persone che insegnano i mantra senza saperne il significato. 
Vedo che si tirano per la giacchetta dei contenuti e delle credenze religiose per giustificare in qualche modo la voglia di parlare di yoga e di insegnare yoga.
 Ma, signori miei, mi dite Cosa è lo Yoga?
Già, perché mi pare che ognuno faccia quel che più gli piace e lo definisca yoga. 
In buona fede per lo più. 
E va pure bene così. 
Ma io mi perdo un pò. 
Come fa un'insegnante di yoga che non sa stare seduto a gambe incrociate a insegnare a meditare a gambe incrociate con la schiena diritta? Si...è
roba che ho visto qualche giorno fa. 
Poi,in rapida sequenza, ho assistito ad una lezione aperta di una mia collega, ho letto un articolo scritto da un altro mio esimio collega e ho guardato su You Tube il video intervista di una terza esimia collega.
Ciò che ho visto e ascoltato mi ha fatto rizzare in testa l'unico capello che mi è rimasto.
Devo dire che non è che abbiano detto cosa particolarmente gravi, ma evidentemente il vaso della mia tolleranza era pieno....
La prima (chiamiamola XXX,non farò i nomi neppure sotto tortura) diceva che per recitare i mantra non importa sapere cosa significano né importa curare la pronuncia e la metrica "ciò che è veramente importante è il cuore"
Il secondo (chiamiamolo YYY) diceva che da quando ha scoperto (dopo vent'anni che pratica!!! Ma se c'è scritto anche sul manuale delle giovani marmotte!) ) che negli asana ci si ferma per contare i tempi la sua pratica ha raggiunto livelli impensati, perché ripetere i numeri è come recitare i mantra o pregare....
La terza (chiamiamola ZZZ) parlava del "Primo Sloka(!!!) di Patanjali", Atha yoga anushasanam, e, trasformando patanjali in Eckart Tolle si lanciava in una ardita speculazione sulla parolina Atha dicendo che significa "qui ed ora, l'eterno istante, il flusso del divenire" ecc. ecc.
Il poveretto (il capello) si è innalzato di colpo,poi si è irrigidito, è sbiancato d colpo ed è caduto al suolo "come corpo morto cadde".
Lo yoga di Shankara, di Gorakhnath, di Boghanathar, è la pratica del samadhi. 
Lo yoga è un percorso per realizzare la vicinanza, la presenza, l'unione e in fine l'identità con l'Assoluto, Universo, Dio, Shiva o Brahman che lo si voglia chiamare.
Lo yoga è ciò che è definito in maniera molto chiara in una serie limitata di testi. 
Quando ne parlo, mi è successo un mesetto fa a proposito dei lavori di Gorakhnath, mi guardano come un alieno. 
"Gorakhnath? Chi era costui?"
Cavoli! ma se è stato il primo ad usare la parola Hathayoga!
Il più grande guru del millennio, considerato Mahasiddha o santo da monaci tibetani, guerrieri nepalesi, tantrici buddisti e dervishi roteanti!!!

Forse sono stupido, ma mi chiedo, se uno sta per prendere una medicina, legge le istruzioni o no? 
Tutta questa storia dei testi tradizionali che sono infiniti, che non si possono leggere tutti è un po' una scusa per pigri. 
Il sapere dei mantra, il significato la maniera di pronunciarli, ad esempio, ecc, è scritto in una sezione
(una!) dell'atharvaveda ed è ripreso dai testi del mimansa. 
Avalon (La Ghirlanda delle Lettere) e Coomaraswamy, ne hanno fatto traduzioni in inglese. Mi pare. 
Basta cercare e si trova. 
Mi chiedo: se uno vuole praticare ed insegnare dei mantra perché non si mette a studiare per comprenderne il significato? 
I mantra non sono numeri, YYY, e vanno imparati a memoria, compresi, recitati (in maniera sonora, bofonchiata o mentale). 
Poi si devono mettere in pratica le arti tradizionali dell'ascolto, dell'accordo, dell'accelerazione delle vibrazioni e dell'evocazione. 

Quella dei mantra è una scienza. 
Si chiama Mantra Vidya. 
Perché avvicinarcisi con approssimazione? 
Fin quando non si è ottenuta una "mente informale" non bisogna lasciare dormire la mente raziocinante. 
Altrimenti ci si perde nella sfera della suggestione, della fantasia, della mitologia individuale. 

L'approssimazione new age, quella roba che fa associare agli asana e ai mantra la cristalloterapia, la lettura dei fondi caffè, i racconti delle fate, e le terapie anti-influenzali dello zio Giusva che si massaggiava l'ano con l'urina di cavallo, può darsi che sia utile, ma è Yoga? 

L'approssimazione è utile per mantenere un piacevole fumo, una vaghezza in cui ognuno si possa sentire a casa. 
Ma si corre il rischio che si smetta di studiare ed approfondire. 
Si corre il rischio di perdere il succo, la susta dello yoga. 

E siccome ho un neurone solo mi sto un pochino...perdendo. 
Problemi miei naturalmente. 
Ma, non essendo ancora giunto al sano distacco, non riesco a non stupirmi nel vedere così tanti riferimenti allo yoga in discipline che con lo yoga di cui si legge nella sruti e nella smrti non hanno niente a che vedere. 

nei momenti di solitudine, quando il rimpianto diventa abitudine mi viene voglia di gridare, con sofferenza (ma anche no) a XXX, YYY e ZZZ maddechèaho! 
Perché infilare la parola sloka in una lezione se non sai cosa vuol dire?
Basta andare su wikipedia eleggere che lo śloka (devanāgarī: श्लोक; s.m.; pronunciato ˈɕloːkə; spesso anglicizzato in shloka; "inno", "stanza", "metro epico", dalla radice śru, orecchio[1]) è un termine sanscrito che indica una categoria di versi della metrica vedica detta anche anuṣṭubhRappresenta la base della poesia epica indiana e può essere considerata la forma del verso hindū per eccellenza, dal momento che è quella più frequentemente usata nella poesia classica in lingua sanscrita[1]. Il Mahābhārata e il Rāmāyaṇa, per esempio, sono composti quasi esclusivamente in śloka. 
Sutra sempre da wikipedia, è invece: sūtra (सूत्र, pāli sutta), in sanscrito significa letteralmente filo (dalla radice indoeuropea *syū-, la stessa del latino suere, cucire), nel suo senso originale indica una "breve frase", un "aforisma". Usato nella cultura indiana per significare un insieme di insegnamenti sapienziali espressi in modo breve e sintetico, con i secoli ha ampliato il suo senso sino ad indicare componimenti molto estesi ed articolati, perdendo, in parte, il senso originale di 'componimento breve' o 'aforisma'. Nell'ambito del buddhismo il termine è tradotto in cinese con jīng (TS), in coreano gyeong (?, kyŏngMR), in lingua giapponese con kyō (?) e in tibetano con mdo (མདོ).

E perché ZZZ parli del primo sutra di Patanjali senza sapere quello che dice?
Nella traduzione in livornese Atha yoga anushasanam significa "Boia deh bimbi, ora ve lo di'o io che cos'è lo yoga".
Si tratta di una formula assai comune nei trattati vedantici: "Ora ti dico cosa è lo Yoga", "ora ti dico cosa è il Pranayama" ecc.ecc.
E mi viene voglia di dire: perché visto che c'è questo strumento demoniaco e meraviglioso insieme che è internet, non verificate con un clicckino le cose di cui non siete sicuri prima di dire delle castronerie? 
Perché è vero che sono castronerie veniali, ma a son di ripeterle si fanno verità (vox populi....) e si diventa , senza volere, complici di questa ondata di approssimazione che non sembra finire mai. 

Un clicckino,colleghi.... 
Scrivi sloka su Google e ti vengono millemila definizioni, il 99% corrette. 
Che ci vuole.... 

So che non è importante, e che l'importante, come dice XXX è l'energia, l'importante è il cuore e tutta quella roba lì con cui la Profezia di Celestino, i Cinque Riti Tibetani che nessun tibetano ha mai visto, lo yoga sauna, e le sirenette lycrate di yoga fitness body pumping journal continuano propinare ai quattro angoli dell'universo. 

Ma uno sforzino, un piacerino ad un uomo di mezza età pelato che ha avuto la sventura di occuparsi di yoga sin da bambino e, affetto da senilità precoce o da un inizio di aterosclerosi, ha degli sbalzi di pressione quando legge certe castronerie dette con la sicumera dell'uomo che non deve chiedere mai o della donna che donnaseiinognicosachefai. 
Nessuno vi obbliga, colleghi yogin e yogini, ma in fondo... un clicckino....
che male vi può fare...dai....